DIARIO

PELLEGRINAGGIO A MONTE ATHOS

Monastero di Ivron – 1-11-2018

P_20181101_131345_1Sono le 15,30 e il monastero chiude, dobbiamo chiedere ospitalità!
Scendiamo dal minibus. A sinistra il mare con una passerella in cemento armato, serve per far ormeggiare le barche dei monaci pescatori.

A destra una grande falegnameria e una torre forse di vedetta. In cima, una grande costruzione in pietra e legno con facciate colorate di grigio e rosso scuro, le finestre accuratamente dipinte di bianco. Da noi fino all’entrata del monastero, una stradina di terra battuta.
Ci sono due monaci che si parlano, mi sembrano in attesa.
Gli chiedo l’accesso al monastero, mi fanno segno con il braccio e appena ci guardano. Inizio a comprendere che c’è qualcosa tra gli ortodossi e i “papisti” che non quadra…
Mi avvio verso il monastero con il sole alle spalle che riscalda il mio collo e insieme ai passi, dico sotto voce: speriamo bene, speriamo bene, speriamo bene, non avevamo prenotato in nessun monastero.
Sono qui da pellegrino, non posso prenotare o telefonare prima di arrivare e riservare il nostro posto letto come se fosse un hotel, mi dico.
“Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto; perché chiunque chiede riceve; chi cerca trova, e sarà aperto a chi bussa.“(Matteo 7,7-14)
Alla fine scopro che è molto importante prenotare, perché aiuta l’organizzazione dell’accoglienza. Alcuni monasteri ospitano fino a 150 pellegrini al giorno!
Cucine enormi con pentoloni da 100 litri. Refettori con forse 50, 60 tavoli, alcuni in marmo risalenti al IV secolo d.C. altri in legno, costruiti dai monaci stessi.
Entro per primo nel monastero. Edouard è giù ancora, sicuramente scatta qualche foto o contempla la meraviglia che c’è intorno.
All’entrata del monastero, a destra, c’è un negozio dove vendono oggetti sacri.
Entro e saluto.
C’è un monaco alto, piegato sulla scrivania che legge.
Gli chiedo ospitalità per due persone.
Mi dice se avevamo prenotato. Gli rispondo di no.
Continua l’interrogatorio…
Di dove siete? Siete ortodossi?
Domande precise a cui si è obbligati a rispondere con verità.
Sono italiano di Bari e abbiamo San Nicola!
Alla domanda di che religione siamo, rispondo con voce bassa beh…sono battezzato con rito cattolico. Speriamo che la pillola sia dolce da ingoiare e finalmente ricevere un letto e un pasto per una notte.
Il monaco mi fa segno di andare nella foresteria del monastero e attendere.
All’ingresso della foresteria c’è una scrivania, sembra la cattedra della mia maestra delle elementari. Un registro e un vasetto di vetro contenente una penna e una matita.
Affianco, delle panche, un tavolino su cui sono serviti dei lukum, acqua e liquore di anice. Mi siedo e attendo il responso di grazia.
Speriamo bene… speriamo bene…
Dopo forse trequarti d’ora, l’austero monaco, entra con passo deciso. Mi fa cenno di avvicinarmi alla cattedra e chiede che lavoro svolgo.
Sono musicista.
Che musica fai? medievale e canto gregoriano.
Annuisce con il capo senza guardarmi.
Mi chiede: dov’è il tuo amico?
Alzo le spalle nella speranza che arrivasse in tempo per affermare la sua presenza, invece no, Edouard è ancora fuori a contemplare la bellezza del luogo.
Dopo pochi istanti Edouard entra nella foresteria. Ci guardiamo e sorridiamo mentre ricevo la chiave.
Il monaco ci dice di andare su al primo piano, prima stanza a sinistra. Ci informa che il vespro inizia alle 15,30.
Finalmente abbiamo un posto dove passare la notte. In realtà la notte è il giorno e il giorno è penitenza, lo chiamano cosi il lavoro.
Saliamo su.
In stanza due letti singoli, un tavolo con una sedia , una bottiglia di vetro vuota e un bicchiere, un armadietto a muro e due paia di ciabatte poste ciascuna sotto il proprio letto.
Lasciamo gli zaini e ci dirigiamo verso la chiesa, buoni, buoni senza essere di troppo, cercando di non infastidire nessuno e ci sediamo negli stalli intorno alla chiesa.
Inizia il vespro con il canto salmodico in alternatim tra due cori posti l’uno opposto all’altro.
Un monaco si occupa di gestire le candele accese dai fedeli vicino l’icona principale, mentre il sole pian piano inizia a calare e la luce naturale taglia in diagonale iconostasi, affreschi e volti di alcuni officianti. Sembra una metamorfosi di corpi che iniziano ad essere ombre per poi diventare entità invisibili nella notte.
Dopo il vespro ritorniamo in cella. Prendo dalla borsa un pezzo di salsiccia e qualche tarallo, la fame inizia a farsi sentire e della cena non sappiamo nulla. Forse suoneranno la campana o il simandron per avvisarci.
Non convinti del silenzio già sceso prima della notte, scendiamo giù nel chiostro per capire dove fossero tutti gli altri pellegrini e monaci. Mi affaccio alla finestra di un edificio centrale e vedo che erano già tutti a cena. Eravamo gli ultimi due pellegrini, che vergogna!!!
Come cani bastonati entriamo nel refettorio e ci sediamo negli ultimi posti del tavolo.
Due scodelle di metallo, un bicchiere di vino, un pomodoro, del formaggio e un uovo lesso. Ecco la nostra santa cena. I
l pellegrino difronte ci guarda e ci fa segno che eravamo in ritardo. Il silenzio del refettorio è interrotto da qualche rumore di posata e dalla cantillazione perpetua della lectio letta ad alta voce dal monaco di turno.
Finita la lettura, l’igumene si alza, e tutti di scatto lo seguono concludendo la gestualità rituale con il segno della croce. In forma processionale i monaci escono dal refettorio seguiti da noi pellegrini. Usciamo ed è già notte fonda. Le porte del monastero vengono chiuse. Le finestre s’illuminano con luce fioca. E’ mezzanotte nel monastero di Ivron. Fuori invece sono circa le 19.
Amin

 

PASSI SONORI, diario di viaggio

di Giovannangelo de Gennaro

Venerdì, 8 aprile 2016

Antonio mi guarda e dice:
Va bene, va bene, facciamo come dici tu.
Non ero sicuro della strada ai suoi occhi…
Faccio i miei calcoli. Vado un po’ avanti ad intuito e confronto il percorso con quello descritto sulla guida.
Osservo bene in parallelo a me. Guardo avanti, indietro e lontano per capire se stavamo perdendo tempo o se l’intuito non mi avesse completamente abbandonato. La strada del viaggiatore giusta è quella delle carte ma anche quella dell’istinto. Il primordiale si sveglia e corrisponde al bisogno necessario.
Leggo il cartello stradale Punta Apani. Seguo le indicazioni della guida. Mi dico: siamo sul tracciato, un problema in meno a cui pensare e la mente riprendere ricordi lontani e vicini.

Sulla strada ci sono segnali di altri camminatori, bigliettini, pesci dipinti di rosso, adesivi con scritta Jerusalem Way, carabiniere con zainetto di colore rosso, blu e giallo, graffiti di barche a vela latina e turca incise su facciate di chiese e cappelle. Lo sguardo misurato dai passi è capace di analizzare la stratificazione dei passaggi. Sicuri, avanziamo verso l’entrata di Brindisi costeggiando il mare, lo stesso che tanto tempo fa accoglieva i pescherecci della flotta molfettese. Erano tanti, tantissimi.

In direzione verso Brindisi con nostra madre alla guida della mini minor. Io e mio fratello, felici di percorrere insieme al peschereccio Sirio. Insieme un punto in comune, il porto.

Ritorno sui miei passi…Vedo l’orizzonte a sinistra con la coda dell’occhio. Antonio è a destra e le ombre protratte verso est tagliano l’asfalto del pezzo di strada difronte a noi. Ci fermiamo per una sosta, il solito panino che carbura. In silenzio, ognuno facendo a meno dell’altro, osserviamo e ci osserviamo in quell’istante di fotogramma vivente.

Ci rimettiamo in marcia con il vento contro e il sole a favore, la felicità di non avere nulla ci sovrasta e giustifica lo sforzo. Quasi 40 km in questa tappa dopo ci aspetta il concerto nella cripta della chiesa di Santa Lucia.

Superiamo torre Testa, iniziamo a vedere le prime costruzioni di un passato ricco e ora totalmente abbandonato e donato dalla civilizzazione, al boia dell’incuria e del tempo, Non perdona. No, non perdona.

Mi chiama Roberto al telefono: Ciao dove siete? …vi raggiungo…
Si, gli dico, ci vediamo al baretto più avanti.
Arriviamo al bar.
Un po per abitudine e un po per rituale, lascio il bastone fuori all’entrata del bar. Mi sgancio la cinghia dello zaino.
Roberto ci raggiunge, con la mano destra saluta e con la sinistra fa piccoli video.
Felici e ricchi di questo benvenuto in terra di Brindisi ordiniamo una birra e un caffè.
Poggio sul bancone la guida del cammino.
Il barista sorride e dice: eh…ne passano di qui…
Continuo a sorseggiare la birra…
Antonio annuisce con il capo… Si…stiamo facendo il cammino verso Santa Maria di Leuca.
Il barista ci chiede se poteva prendere la guida…intuisco il motivo… voleva vedere se il suo bar era segnato tra i luoghi di ristoro. Non trova nulla, deluso commenta ad alta voce, Eh… tanto tutti da questa strada devono passare anche se più in la i nomi delle strade per entrare a Brindisi non corrispondono più a quelli riportati su questo libro. Scuote il libro su e giù e lo rimette sul bancone.

Continua…Sa, hanno cambiato tutta la toponomastica del quartiere.
Ecco perché l’anno scorso con Nino e Rosanna nel fare il tratto Ostuni Brindisi ci perdemmo…
Gli chiedo: Mi scusi che strada dobbiamo prendere? qui c’è segnato via Trieste..
Mmm…si dovete prendere…mmm…non ricordo il nuovo nome della via…
Va bene gli dico.

Salutiamo Roberto e il barista e ci diamo appuntamento nella cripta.
Ancora a sinistra il mare, Antonio a destra…
Gli dico: Antò la birra fa bene all’acido lattico…
– Ah si ? Non lo sapevo…risponde.
Sento dietro di me passi veloci quasi una corsetta…
Mi giro e vedo Roberto con un biglietto in mano..
Mi chiama – Giovannangelo, Giò , Giò questo è il nuovo nome della strada per entrare in città!
Senza interrompere il ritmo della marcia, recupero il biglietto e ringrazio.
Qualche passo più avanti apro il biglietto e leggo Via Sirio. Lo richiudo e glielo passo ad Antonio il quale con aria serena mi dice: Sai nel buddismo si dice che i defunti si possono manifestare in circostanze speciali.
Arriviamo a Brindisi stanchissimi e in ritardo…
Giù nella cripta della chiesa il pubblico era seduto e pronto ad ascoltare il concerto. I ritmi erano diversi tra noi e loro. Ci togliamo le scarpe e iniziamo a sentire il respiro della terra.

Ad occhi chiusi, il lungo suono entrò nell’anima.


Sabato, 24 ottobre 2015

Soffia il vento da Nord, maestrale credo. Stamattina pioveva al mio risveglio, ora no, solo grandi nuvoloni. Si va verso Brindisi, diciottesima tappa. Mi aspettano alcuni vecchi amici. Il cammino ti permette di andare a trovare persone che conosci da tempo ma che scopri nuove se le raggiungi a piedi, un altro incontro. Il cammino, lo ripeto spesso, non è la meta, sono le mete, le persone che sono come luoghi santi in mezzo anche a luoghi di culto per davvero, testimonianze dei flussi che li hanno attraversati, vibrazioni che ti porti addosso lungo la via.

 

È il mio ottavo cammino, il primo lungo la via Francigena, sono stato due volte a Santiago di Compostela, tre volte a Monte Sant’Angelo, ho camminato da Molfetta, la mia città, a Benevento, da Bari a Santa Maria di Leuca. Prima di partire ho preparato delle mappe, mi aiuto con il gps ma il cammino è anche seguire un flusso, variare il tragitto, qualche volta, perdersi. Mi ritrovo anche su strade che ho già percorso in passato con la piena consapevolezza di fare un’esperienza nuova: l’ambiente cambia, la stagione cambia, il tempo, la vegetazione e io stesso sono cambiato, sono diverso e la strada è diversa.

A Brindisi al mio arrivo suonerò nella chiesa di Santa Lucia, tredicesimo secolo. Cammino e quando arrivo suono per la comunità che mi accoglie così come faccio da quando ho cominciato il 6 ottobre partendo dal Subappenino Dauno, da Celle di San Vito, ascoltando una lingua francoprovenzale. Cammino e poi mi fermo a suonare la mia viella e a raccontare la storia del giorno. Ci saranno versi che narrano di viandanti, miti greci e davanti a me persone che ascoltano, avverto la loro necessità di sentire, e quando finirò vorranno una storia ancora, come nettare, come api con il miele. Con me ci sarà anche l’attore e regista Ninnì Vernola, che fa un pezzo di strada con me. In questi giorni mi hanno raggiunto altri, come l’esperto del Gargano Matteo Ciccone, il fotografo Lorenzo Scaraggi e la videomaker Marzia Mete che realizzerà un documentario sull’esperienza di “Passi sonori”.

Ogni giorno scopro una Puglia diversa, il camminare lento ti svela incredibili bellezze nascoste che mai avresti scovato altrimenti. Ho raggiunto Monte Sant’Angelo, per la prima volta non salendo ma scendendo lungo l’antica via dei pellegrini e qui ho visitato l’eremo di San Nicola, che un tempo dava ristoro a re, cavalieri, persino a San Francesco diretto in Terra Santa, si racconta. Sono passato attraverso le nuvole e non c’era pioggia, né nebbia ma qualcosa che ti toccava e poi spariva. Vicino Monopoli, al Capitolo, la masseria Zagaria, nel Seicento chiesa e convento di frati minori, racchiude una cripta del 1100 con affreschi meravigliosi, una Madonna Odegitria, un San Michele Arcangelo e le iscrizioni dei pellegrini in viaggio vrerso la Terra Santa.

Una Puglia segreta, intensa, intima, che ti accoglie attraverso la gente perché il viadante rappresenta da millenni qualcosa di sacrale. Una Puglia interiore, altra faccia di quella esteriore. Bellezze straordinarie ma anche brutture. Il tratto lungo l’Appia-Traiana da Corato a Terlizzi mi ha riservato la vista di discariche a cielo aperto, amianto, rifiuti, proprio in prossimità di perle come i resti della chiesa di Santa Maria di Cesano o del borgo di Sovereto, degli archi che delimitano l’antica contrada di Terlizzi. Non mi meraviglia, accade anche sul Cammino di Santiago, a Burgos o a Leon, nelle periferie delle grandi città, ma mi destabilizza.

Comincia a piovere. Continuo a camminare. Mi chiedo spesso il perché. Non ho una risposta precisa, mi fa stare bene, mi regala una centralità, un contatto con me stesso. Cammino, presto sarò a Brindisi, alla fine c’è Santa Maria di Leuca, ventitreesima e ultima tappa. Per il momento.

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